UN LESSICO PER UN NUOVO UMANESIMO | Una parola al giorno; ogni giorno una parola

Vedo la vita come una perdurante ricerca di un equilibro tra l’io e l’altro; tra il singolo e la collettività. Un continuo oscillare di un pendolo.

E se c’è una cosa che l’emergenza pandemica ha fatto emergere – oltre alla numerosa schiera di dissesti e criticità del nostro Paese – è la dicotomia forte tra l’ego, che leggo come i bisogni individuali del singolo, e quelli della collettività.

Come e cosa siamo diventati in questo lungo periodo di Coronacene? 

Per quanto io allarghi lo sguardo, osservo che in Italia la situazione si divide tra la generosità di molte persone che si affannano a rendere le fragilità di altri meno pesanti da sopportare e il bisogno di singoli che non “riconoscono” l’altro, nel senso che pur “vedendo l’altro” antepongono il bisogno proprio a quello altrui.

Vi è la mutualità -non fine a sé stessa- nell’organizzarsi per portare la spesa a casa ai malati che non possono uscire di casa; l’accudire con costante solerzia chi sta male; le costanti attenzione e gentilezza di molti operatori ai disabili; l’essere disponili ad offrire sostegno  a coloro che fanno la fila alla cucine popolari; prestare il proprio tempo per ridurre le distanze di chi vive ai margini e che spesso li esclude, fino a l’inestimabile gratitudine che proviamo per tutto il personale medico e paramedico che ogni giorno -dallo scorso anno-svolge con una forza umile  e silenziosa un lavoro sovraumano di cura che altri considerano semplicemente “un atto dovuto”.

Vi è altresì l’incapacità di riconoscere l’altro e di considerare la collettività come un bene di e per tutti. Chi si scaglia contro un sistema sanitario che considera “gratuito” pur non pagando le tasse, ma usufruendo dei servizi; chi considera la propria categoria corporativa più meritevole di altre e, pertanto, più necessaria a scapito di altre. Chi ferocemente attacca i lavoratori dipendenti “garantiti”, ma che non si scompone per fermare l’algoritmo che scandisce il regime precario e assurdo di “nuovi schiavi” in nome del “tutto pronto a tutte le ore del giorno e comodamente a casa tua”; al caporalato che ancora oggi piaga il lavoro agricolo di questo nostro paese.

 Chi, in buona sostanza, non riconosce l’“altro” poiché è da sempre abituato a vedere non altri che sé stesso: la contrapposizione tra autocentrati e oblativi, insomma.

A ciascuno, tuttavia, è dato di portare il peso delle proprie scelte: morali e materiali che siano e, tali scelte, non si possono far scontare ad altri perché noi siamo il risultato delle scelte che prendiamo.

Cionondimeno questo Coronacene impone, a mio parere, la necessità di trovare una nuova via e di riportare l’uomo e l’umanità intera al centro di un sistema di valori diversi: occorre trovare la via per un Nuovo Umanesimo. Pur vivendo già nell’era dell’Antropocene abbiamo il dovere di dare più solidità ai concetti di mutualità e reciprocità; abbiamo necessità di riportare al centro la PERSONA nella sua interezza e di far circolare quel “lessico della cura” che il Direttore di RadioTre, Marino Sinibaldi, ha contribuito a diffondere con il programma radiofonico “La Cura”.[1]

E’ nel lessico dell’incoraggiamento e del sostegno che troviamo e traiamo conforto; è il “prendersi cura” che accorcia le distanze tra le persone e ci impone una riflessione su quanto e come conti la collettività in tutti i suoi aspetti. E’ attraverso un nuovo concetto di “Umanesimo” che possiamo riscoprire una nuova umanità intrisa di supporto, reciproco aiuto, mutualità, attenzione e prossimità.

 Ed è attraverso il lessico e con la cura per la parola che ogni giorno porgiamo agli altri che trasmettiamo il messaggio. E con essi, il gesto.

E’ per questa ragione che dal primo gennaio di questo anno, fino al suo scadere, ogni giorno pubblico una parola sul mio profilo Instagram: un lessico per un Nuovo Umanesimo: una parola al giorno; ogni giorno una parola.

Grazie per l’attenzione.

Nichka


[1] Finché scrivevo questo post, Marino Sinibaldi concludeva il suo mandato di Direttore di RadioTre: a lui va la mia immensa gratitudine per tutto il lavoro svolto.

OF BROOCHES, MESSENGERS AND WORDS |spotted on THE NY TIMES

In her dissertation to obtain the degree of Doctor at Leiden University the Dutch Art Historian Marjan Unger wrote[1] : “The worlds of fashion and clothing and the worlds of jewellery are often seen as two different worlds, which barely touch each other and sometimes are even depicted as each other’s rivals. But is perhaps more useful to explore how they can be productively related to each other.”

Fashion and jewellery are both complex systems:  fashion is not so much about dresses as well as jewellery is nothing but pieces and ornament.  Both worlds connect different fields of studies and have interacted virtually and mutually over the years and finally something new is emerging: the “Brooch factor”.

Among jewels, brooches are my favourite pieces because they are true statement pieces par excellence.  They are small sculptures, little small worlds full of inventiveness and creativity. They condense the history of the artist: a microcosmos where the entire author emerges.

So, I am really grateful to Linda Dyett and The NY Times for quoting my words in a very interesting article about the return of the brooch, entirely dedicated to my piece par excellence: THE BROOCH IS BACK, BABY!

Colorful collar: an assortment of brooches and pins including Biba Schutz’s Cube and vintage Jewelry Library pieces.  Photo Credit: David Lewis Taylor via The NY Times
 

Fashion, which is always experimenting new materials and reinventing itself looking back and around, has finally understood that jewels are not a mere ornament and brooches, especially (but we cannot forget also necklaces and rings) a real form of art, able to express moods and to communicate feelings.

As for contemporary art, also contemporary jewellery displays itself with multiple languages using different materials and reinventing itself constantly so, I hope that there will be the possibility in the future to open this door with a collaboration between the fashion world and the one of contemporary jewellery, as the great Elsa Schiaparelli did with Man Ray, Dalì, Tristan Tzara and Picasso.

I am deeply grateful to Linda Dyett and to The NY TIMES for this opportunity.

BUONA LETTURA!

Nichka

[1] Marjan Unger, Jewelley in Context. A multidisplinary framework for the study of jewellery, with a foreword by Theo Smeets, pp.81-91, Arnoldsche Art Publishers, 2019.