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NO BORDERS, NO BOUNDARIES | Focus on…

DANA HAKIM

La rete metallica divide e traccia confini: segna cesure e interruzioni.  E’ privazione: di una parte di vita, di cielo, di cuore.  Che vita aldilà ed al di qua delle reti?  La rete metallica protegge. La usiamo per difesa e salvaguardia: definisce proprietà (siamo sicuri di ciò che è nostro e di ciò che è dell’altro) modellando territori, geografie umane financo ad assumere  la funzione di filtro “salvifico” e di amuleto protettore.

La nostra società, cristallizzata nella paura di fughe epidemiche, costantemente preoccupata di difendersi e, in alcune zone del mondo, dilaniata da guerre, ha messo a punto tutta una serie di misure di sicurezza: maschere a gas, reti di filo spinato, videocamere di sicurezza.

Ma cosa accade quando le reti si rompono, quando i filtri che ci difendono dagli agenti esterni (non importa chi o cosa)  non assolvono più la loro funzione di “angeli guardiani” della contemporaneità? E’ questo ciò che si domanda l’artista israeliana Dana Hakim attraverso la propria opera di ricerca.

Negli oggetti di Dana Hakim  la rete, o tutto ciò che possa essere considerato “barriera” e divisorio (mezzi espressivi che hanno un tale carico e peso storico da non poter che essere una presenza forte) non è più l’amuleto salvifico: i filtri delle maschere a gas sono decontestualizzati e rotti; resi  così inservibili si “spogliano” dalla propria funzione per essere nuovamente indossati come spille e collane.

Le reti metalliche, prima barriere, ora sono lavorate ed intessute d’un filo blu -che nell’Ebraismo è colore che protegge dal male- e reinventate in un nuove forme di veri amuleti: media che non segnano interruzioni ma che uniscono. Finalmente.

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Wires divide and track boundaries: they mark pauses and interruptions. They’re deprivation: of a part of life, sky and even, heart . What a life beyond and on this side of the mesh?
The grill protects. We use it for defense and protection: defining property (we are sure of what is ours or not) modeling territories, human geographies up to take the function of “saving” filter and protector amulet.

We live in a society crystallized in fear of epidemic diseases and terrorism: continually seeking to defend ourselves, thus we have developed a series of security measures as gas masks, networks of barbed wire and security cameras in order to be protect and safe.

But what happens when the wireworks break down, when filters –meant to defend us from external agents (no matter who or what)- do not serve their function as “guardian angels” of the contemporary world?

This is what Israeli artist Dana Hakim looks through her own research work.
In Dana Hakim’s pieces, wireworks or anything that might be considered “barrier” and partition (means of expression that have such an historical weight and a stunning strong presence) are no longer the amulet of salvation: gas masks’ filters are decontextualized and broken; they’re useless and completely deprived of their inner function, but ready to be re-worn as brooches and necklaces.

Wire, once barrier is now processed and interwoven with a blue thread (in Judaism is the protecting color against the evil eye) and reinvented in new forms of real amulets meant not to mark interruptions but to connect. Finally.

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“I see jewellery as an intimate art medium which can offer a dimension of personal relationship between the jewellery, the wearer and the viewer. In my work I ask questions about the reality in which we live in, about our everyday life and about the interaction between us and our society. I wish the way we grasp reality will be not taken for granted. I believe there are always diverse prisms of view and perception, things are laying beneath the surface, and unveiling them is an eye-opening experience I strive to create. Familiar everyday commodities are often in use in my work. I transform them and  giving them a new meaning which offers the opportunity for a critical reflection. I choose these objects because they are loaded with meaning and have a cultural or associative presence. In my work, i enjoy using the tactility and materialistic presence as the carrier of the meaning and as the embodiment of the object’s essence.”

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“Interpreto la gioielleria come un mezzo d’arte intimo che può offrire una dimensione di relazione personale tra i gioielli, chi lo indossa e lo spettatore. Nel mio lavoro faccio domande sulla realtà in cui viviamo, la nostra vita quotidiana e l’interazione tra noi e la nostra società. Vorrei che il nostro modo di cogliere la realtà non venisse dato per scontato. […] Nel mio lavoro uso spesso materie prime che sono cose di tutti i giorni e di uso comune: io le trasformo, dando ad esse un nuovo significato, che offre l’opportunità di una riflessione critica. Ho scelto questi oggetti perché sono carichi di significato e hanno una presenza culturale o che si può associare ad altro. Nel mio lavoro, mi piace usare la tattilità e la presenza materiale come il vettore del significato e come l’incarnazione dell’essenza dell’oggetto stesso.

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WEB LENS:

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TRANSIT. Zeitgenössicher Schmuck aus Israel. Contemporary Jewellery from Israel, exhibition catalogue, SchmuckMuseum Pforzheim 15/03 – 02/06/2012 ; Deutches GoldSchmiedehaus Hanau 15/06- 12-08/2012; Stiftung Villa Bengel, Idar-Oberstein 15/08-8/10/2012; Bayerischer Kunstgewerbe-Verein e.V., München 01/03-13-04/2013, curated by Jürgen Eickhoff and Iris Fishof, 2012 MSJE Verlag.

A presto,

Nichka

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