Archivi del mese: ottobre 2011

Lusso calma e voluttà

Ci sono piaceri nella vita che vanno assaporati senza esitazioni e sensi di colpa. Un peccato, un vero peccato di gola, va affrontato in tutta la sua conturbante tentazione: tutto d’un fiato e…fino in fondo. Dico questo perchè non so contare le volte che ho visto gli occhi consumarsi davanti alle vetrine delle pasticcerie, occhi di uomini e donne divoranti quelle delicate, perverse leccornie…e a me capita sempre con la vetrina della pralineria.

Confetti, cioccolatini, ganachés, marrons glacés, fiori canditi, …le gelatine di frutta….ecco per me sono la quintessenza dell’arte della pasticceria. Ed è per questa ragione che ho intitolato il capitoletto in questione ricordandomi di un verso di Charles Baudelaire: cosa avete provato mangiando un vero cioccolatino se non “lusso calma e voluttà”???

Nella mia pasticceria preferita c’è una vetrina riservata solo alla pralineria:sono anni che lì mi servo ed anni che osservo quei deliziosi vassoietti ricolmi di delicatezze come se guardassi le vetrine di Hermès, che dire: ammiro i ganaché moka come se fossero delle Birkin!

Il cioccolato è un’arte straordinaria: confezionare cioccolatini e deliziose praline è un’opera d’arte. Piccoli prodigi barocchi. Nel film di Joffé, Vatel, il protagonista e maestro di cerimonie del Gran Condé, crea dallo zucchero grezzo un cestino di frutta come regalo per una delle favorite del re: se “del poeta è il fin la meraviglia” questa nobile arte della pralineria diventa la sublimazione della pasticceria stessa. Così è anche per le confezioni di gelatine, per le violette candite, i marrons glacés……

La storia del cioccolato è affascinante: raffinato riflesso d’un impero che fu e porta di un nuovo mondo, fu una vera rivoluzione del gusto nel seicento e nel settecento. Montezuma, addirittura, pare ne bevesse cinquanta tazze al giorno di xocoatl: un vero afrodisiaco.

Ma, a parte per coloro che per il cioccolato hanno una vera allergia, mi chiedo: perché ne siamo sempre tentati e perché – come mi accade spesso- non riesco a dominarmi con questa prelibatezza?

Negli ultimi tempi il cioccolato ha sposato con profitto le spezie ed è diventato sempre più “noir”: una vera sfida per gourmets e gourmands, ma di fondo, perché ne siamo tanto “drogati”? Immagino che sia per le sue capacità antidepressive, per la sua capacità di poterci mettere in pace con il mondo quando con il mondo non c’è verso che andiamo d’accordo: una piccola gratifica che diventa immensa nel gusto. Perché il vero cioccolato non è soltanto amarissimo, ma dà sensazioni in bocca del tutto nuove: niente a che vedere con la memoria del gusto: è novità pura.  Sono lusso calma e voluttà.

A portrait of…

Avevo una sorella telematica: si chiamava E. .

Le nostre erano conversazioni alla finestra: telematica. Nessuna delle due conosceva le fattezze dell’altra né aveva mai ascoltato la voce dell’altra. Ogni nostra “conversazione” aveva ora la mia voce, ora la sua.

non so più dove sia. Mi ritrasse così.

SIGNORA ENNE
La signora Enne esce tutte le mattine, aggrappata alla cartella porta
documenti, sotto un cappellino nero, trafelata. Ore 8.15. La sciarpa copre le
labbra, rapprese dalla preoccupazione della giornata entrante; il cappotto
disegna la sua linea morbida; il passo procede frettoloso: c’è tanto da fare
anche oggi.
La vedo ogni giorno, ripetere il rito dell’uscita: forse al lavoro, forse in
un ufficio, forse persa in altri pensieri.
Mi piace la signora Enne, è una donnina non molto alta, giovane, non
particolarmente appariscente, ma di grande fascino. E’ il fascino, credo, delle
persone che cercano di dare un senso alla vita nonostante le banalità di ogni
giorno. Il fascino di chi cerca qualcosa di diverso, di più. E lo fa, in
solitudine, riservando cura pregevole alle piccole cose quotidiane. La sua
grande casa s’affaccia davanti al mio modesto appartamento e il salone, oasi
naturale entro cui N. s’aggira nell’intimità domestica e lavora instancabile
durante i week end, ha una vetrata enorme. Atraverso la quale io la osservo,
dalla scrivania.
Scrivere è difficile. Scrivere è faticoso e a volte noioso. Non sempre si
crea, spesso si lima, si rilegge, si suda, si trema. E così, nelle pause tra
uno sbuffo e un altro, mi esercito nell’osservazione della mia vicina,
sconosciuta, amata, signora Enne.
Normalmente torna all’ora di pranzo, tranne il martedì, mangia frettolosa
guardando l’orologio: chi aspetta?
Riparte puntuale alle 15.30, stessa scena del mattino, ma con la sciarpa
abbassata e priva di cartella porta documenti: di nuovo trafelata. E rientra a
tarda sera per cena.
Ha un marito, la signora Enne, un bell’uomo, direi quasi perfetto. La sera si
alternano al divano, al tavolo, nelle faccende; poi si accomodano insieme,
parlano, bevono, guardano la televisione. Discutono. Si amano, ma questo
avviene dietro le quinte: ne rilevo soltanto i segni nascosti tra le azioni che
si scambiano dopo l’amore, sempre le stesse, ma con rinnovata dolcezza.
Sono intimi ed estranei allo stesso tempo, una cosa che può capitare solo agli
amanti.
Ieri sera la signora Enne ha dato una cena, era elettrizzata: chi lo sa. Un
ospite importante? L’ho vista roteare intorno al tavolo, provare tovaglie di
diversi tipi, riposare i fiori e i soprammobili di qua e di là a rinnovo dell’
ambiente. Poi valutava soddisfatta il risultato, eppure un’ansia strana la
pervadeva. Era preoccupata. Il dirigente a cena? Oppure uno di quei parenti con
i quali non si può fallire?
Non importa, stamattina ha fatto colazione soddisfatta: segno inequivocabile
del successo della serata.
Ci sono tanti fiori sul terrazzo della signora Enne: fiori che cresce così
bene, come a me non è mai riuscito di fare. Orchidee, roselline rampicanti,
piante di ogni genere cui lei riversa un amore materno.
Non ci sono bambini nella casa della signora Enne, forse per questo si sente
così sola. Un’oasi pacifica, in cui applicare costante cura a mille dettagli
che ricamano un vuoto desiderato e temuto…
Perché poi, accidenti alla vita, sono quasi sempre le 8.15 del mattino ed è
ora di partire. Cartella porta documenti, cappellino, cappotto, sciarpa:
giornata davanti.
Sempre trafelata, sempre impegnata.
Ritorno lavoro, devo consegnare all’editore tra pochi giorni. Lei è stata
consegnata al tram che la porterà in ufficio.
Mi lascerà sola fino all’ora di pranzo. Oh, no: oggi è martedì, la rivedrò a
tarda sera. Lavoro, lavoro, cara signora Enne.
Ricordo un giorno, di ormai qualche anno fa, in cui sono scesa di sotto, ho
attraversato la strada, avvicinato il suo campanello (come si fa da bambini per
suonare e scappare) e ci ho letto sopra: N. e il cognome. Che non ricordo:
ininfluente.

TI HO IMMAGINATA COSI. COME VISTA DA UNA FINESTRA.
IN FONDO QUESTA CASELLA è COME UNA FINESTRA…
UN ABBRACCIO.