Archivi del giorno: febbraio 20, 2011

The power of love 2

Ecco un’altra storia divertente sugli errori ( e i disastri) in cucina: quella della torta greca. A pensarci oggiposso dire che potrebbe ben figurare in una storia di fantacucina!

Fu frequentando il corso di geografia all’università che conobbi la mia amica greca (di Salonicco) sposata ad un italiano. Non ci sono particolari ragioni sulla nascita di un’amicizia, salvo forse la simpatia reciproca che ispira due persone. Simpatizzammo fin da subito e diventammo grandi compagne. E quando conosci una persona d’un altro paese la prima cosa che a me viene in mente è quella di chiedere della cucina. Mi aprì la sua casa (un’altra porta!), nonché la sua cucina ed io scoprii nuove ricette. Fu ad una di queste cene che lei ci servì una torta buonissima, semplice e dal gusto sottilmente aromatico e delicato: una bavarese allo yogurt e ananas. Le chiesi come nasceva un tale prodigio, anche perché io ero ( e sono) un frana con i dolci. Lei mi rispose che non c’era dolce più facile, perché si trattava di mescolare lo yogurt ad una miscela liofilizzata di gelatina all’ananas, molto gettonata in Grecia e così fu  che me ne regalò una scatola.

“E che ci vuole!” pensai….” Ce la posso fare anche io!!!”

In un pomeriggio senza niente da fare e poca voglia di studiare mi misi a far la torta greca. Mi gongolavo all’idea di presentare alle mie compagne di appartamento ed anche al mio (allora) ragazzo una delizia per il palato!  Affrontai la scatola greca: e meno male che le indicazioni erano in inglese altrimenti non so come avrei fatto, e poi aggiunsi lo yogurt. Mi pareva di ricordare ci averne un barattolone in frigorifero. Eh sì: alla fragola. A pezzettoni. La vita ti impone delle scelte: guardai il composto della gelatina nella ciotola e guardai il vaso di yogurt. Guardavo ora l’uno ora l’altro…che fare? Rischiai.

Vuotai lo yogurt a pezzettoni nel composto…e già da quel momento avrei dovuto rendermi conto che il mio progetto sarebbe naufragato…..perché sia per il colore nonché per la consistenza non era un gran bel vedersi, ma per me contava il risultato. Decorai il fondo della pirofila con le fette sciroppate di ananas e lasciai raffreddare.

Ritornai in camera perché non avrei potuto seguire l’addensarsi del composto per l’intero pomeriggio e mi convinsi ad aprire i libri.

Verso sera decisi che era giunta l’ora di affrontare la torta greca, e non so perché, ma covavo l’illusione che durante il soggiorno in frigorifero il colore fosse cambiato: invece no. Era una torta d’un colore indefinibile, tra il giallo paglierino ed il fragola scarico: un color vomito reso ancora più “reale” dai pezzettoni che increspavano(?!) la superficie, dando al tutto un aspetto orribile. Nemmeno una iena si sarebbe avvicinata.

Le mie compagne di appartamento videro il misfatto? Ancora non lo so, ma quella sera si diedero alla macchia ed io rimasi in attesa del mio ragazzo. Ero avvilita. Perché se anche la torta aveva un buon profumo, l’aspetto era decisamente orribile.

Quell’uomo straordinario che poi è diventato mio marito quella sera si divertì non solo a prendermi in giro per il fatto che ero negata in pasticceria, ma mangiò quella cosa orribile con un coraggio da leoni!. E a poco valsero le sua rassicurazioni sul fatto che il dolce era buono…ma da sempre e per sempre la torta greca resterà il mio assoluto fallimento.

I disastri in cucina sono paragonabili alle grandi disfatte degli eserciti napoleonici. Non ne va solo della capacità manuale di imbastire la ricetta, il fallimento s’insinua dentro di noi fino a diventare un tarlo che mina le sicurezze delle ricette che consideriamo le più semplici, o quelle che possiamo fare ad occhi chiusi. Ne va del nostro onore! I fallimenti gastronomici ti avviliscono a tal punto che alla fine hai solo voglia di buttare all’aria tutto, grembiule compreso. Però, in virtù del fatto cha dagli errori s’impara, è giusto accettare il fallimento come parte complementare del proprio curriculum gastronomico: quante volte della variazioni alle ricette mi hanno fatto mangiare male! Quante volte il rinunciare ad un ingrediente che consideravo “dimenticabile” ha pregiudicato la riuscita!  Accade. Accade spesso e forse, la cosa migliore da fare, non è solo seguire la ricetta, ma anche riderci sopra. Si matura anche così.

Kimono à la carte!

“C’est le livre qu’il te faut quant tu as une manque de couleur” Eusebia

Apparteniamo per nascita al paese nel quale nasciamo; idealmente possiamo appartenerne ad un altro  (è il mio caso: una francese mancata, come suol sempre dire una mia amica),  ma accade, però, che oltre al paese natío, oltre a quello nel quale vorremmo vivere e, magari, passare la nostra vecchiaia (per mio papà l’Alentejo in Portogallo) o una parte della nostra vita (buttala via una casa all’Ile de Ré…..), ci sia un luogo che da sempre ci accompagna, come fosse un karma…o un retaggio di una precedente vita: il mio paese “ombra”, il mio paese karma è il Giappone.  Da sempre, dacché ho memoria, c’è sempre stato un pezzo di Giappone nella mia vita, come quasi fosse un richiamo. Dapprima erano solo piccoli flash, poi, con il tempo il Giappone ha assunto lo status di paese della vita precedente: non so se la ragione stia nell’estetica del gesto fino al parossismo, nella forma rigorosa, nella bellezza dell’imperfezione o nel massimo del minimalismo che governa ogni gesto, ma è così…

E quando, per le Feste, la mia amica Eusebia mi ha offerto questo libro sui Kimono: KIMONO – I COLORI DEL GIAPPONE – La Collezione di Katsumi Yumioka, L’Ippocampo, Milano 2010 dicendomi “E’ il libro che ti serve quando senti che ti manca un po’ di colore”, non nego quanto sia stato “dolce naufragare in questo mare”!!!..il mare di Cipango, ovviamente…..

Organizzato a seconda del colore, ovvero “i colori del cuore” come ne dà notizia l’autore, il libro è un viaggio attraverso più tecniche artistiche: dal taglio del Kimono stesso, alla tintura della stoffa, alla resa del colore, al ricamo della seta, alla stampa….un viaggio che non vorresti finisse mai….

Per ogni sezione di colore e per ogni nuance un piccolo trafiletto dà notizia del nome in giapponese del colore che appare e del significato del colore stesso, nonché in quale occasione venisse usato un Kimono di tale foggia: una vera manna dal cielo!

E poi, quando lo si ha sfogliato tutto dalla prima all’ultima pagina, si ricomincia di nuovo scegliendo il colore preferito, lasciando che ogni tonalità evochi un pensiero, un ricordo, oppure, facendoci subito correre ad aprire il catalogo delle stampe di Hiroshige…..così, perché è bello lasciare i pensieri fluttuare così, come foglie di acero rosso o petali di fiori di ciliegio….

Per curiosare un po’ di più:

Roland Barthes, L’Impero dei Segni,Einaudi

Ruth Benedict, Il Crisantemo e la spada. Modelli di cultura giapponese, Laterza.

Goffredo Parise, L’eleganza è frigida, Adelphi.

Per il concetto di wabi-sabi, il concetto dell’imperfezione, delle cose incompiute e temporanee: Leonard Koren, Wabi-Sabi per artisti, designer, poeti e filosofi, Ponte alle Grazie.

Per Hiroshige, oltre alla numerosa produzione critica della sua opera che potete trovare ovunque, rimando al catalogo della mostra tenutasi a Roma: Hiroshige – Il Maestro della natura, catalogo della mostra a cura di Gian Carlo Calza – Roma, Fondazione Roma Museo 17 marzo – 7 giugno 2009, Skira editore.

Infine, mi permetto di segnalare l’opera di una straordinaria artista argentina, fotografa di grande fascino e carisma: Vivian Galbàn: anche Lei come me ha “un conto aperto” con il Giappone e ha dedicato a questo affascinante paese dalla cultura millenaria una serie di foto straordinarie nel suo Japantrip.…..quasi come avesse tradotto quel senso di assenza di peso che ho ritrovato nel film -meraviglioso!- di Sofia Coppola, Lost in Translation….

A presto,

Nichka