Archivi del giorno: febbraio 5, 2011

The Power of love, ovvero, storie di fallimenti gastronomici….

Cucinare è bello: conserviamo gelosamente ricette di famiglia, proponiamo i nostri migliori cavalli di battaglia per pranzi, cene, ricorrenze speciali, ma tacciamo sempre – com’è ovvio- i nostri insuccessi. Perché il curriculum gastronomico di noi tutti è costellato anche da sonori fallimenti. E allora, vogliamo parlare di tutti coloro ai quali sottoponiamo i nostri azzardi gastronomici e le nostre invenzioni per un apprezzamento? Vogliamo parlare di tutti quei mariti, compagni, figli, amici ed amiche fidate che assaggiano e, per non farti fare brutta figura e non farti sentire un fallimento, rimangono in un timido silenzio imbarazzato senza sapere che parole spiaccicare mentre tu li incalzi famelica di complimenti con continui  “E allora? Come lo trovi? Manca di sale?”

Quante volte mi è capitato! E’ proprio il caso di parlare di “forza dell’amore”.

Se penso a quante e quali schifezze ha ingurgitato mio marito senza mai dirmi direttamente “fa schifo”: penso proprio che sia amore.

Ci sono due belle e simpatiche storie di fallimenti nel mio curriculum gastronomico: il crackerone (ovvero, come ho imparato che il lievito è, per natura, capriccioso) e la torta greca. Storie di follia culinaria! Ecco la prima: divertitevi!!!

Anni fa, invitati in montagna da dei nostri amici, decidemmo di passare un veglione di capodanno diverso: saremmo andati –cane compreso- a Bolzano per passare la serata in compagnia a mangiare e a bere. Partimmo di venerdì con l’aspettativa di una festa giocosa. Ma il destino ci punì per tanta gaiezza: il nostro cane si mostrò insofferente fin da subito alla novità e finì col mordere, nervosissimo com’era, la figlia del nostro ospite. Coperti di vergogna e terrorizzati prendemmo subito la decisione: occorreva andarsene da lì e, caricati armi bagagli e Fido, ce ne tornammo mesti a casa. Che fare? Infilarsi in qualche festa? Giammai! Passarlo coi suoceri? Nemmeno! Mio marito ed io noleggiammo un paio di videocassette ed io, non dandomi per vinta, proposi una cenetta romantica. Proposi una focaccia, ma mio marito tentennava all’idea. Anche se il tempo stringeva io mi incaponii sulla focaccia. Così feci e, aperto la monografia delle pizze e focacce, mi misi all’opera. Stesi l’impasto su una placca da forno da novanta centimetri, oliai la parte superiore con olio extra vergine d’oliva, una manciata di sale grosso ed una generosa dose di foglie di rosmarino ed accesi il forno. Quando lo chiusi avevo un’aria così vittoriosa, così sicura, del tipo “lascia fare a me che so quanto ci vuole e come si fa una vera focaccia!”. Sapevo di avere la vittoria in tasca e la cosa che mi allietava di più era l’idea che avrei  preparato una cena favolosa per un capodanno diverso.

Il destino ci aveva messo lo zampino col cane e così fu anche con la ricetta: le Parche capricciose tutto possono….

Gli ingredienti c’erano tutti, il lievito pure, forse mancò TUTTO il tempo della lievitazione o forse io non avevo il tempo di aspettare tanto, ma quello che ne uscì un’ora e mezza dopo non aveva l’aspetto di una focaccia. O meglio, era una sfoglia, dorata, profumata, lunga novanta centimetri e dura come l’acciaio. Se furono il silenzio mesto della sconfitta o la mancanza di gridolini estatici a far materializzare mio marito in cucina, io questo non lo so, so solo che guardò il contenuto sulla placca (e in questo frangente fu davvero magistrale!) e senza lasciar trasparire nessuna emozione mi disse:« Toh! Un crackerone!». Scoppiammo in una risata fragorosa e pensammo che quello fu davvero un veglione diverso da tutti gli altri.

Cenammo con il crackerone, prosciutto crudo di San Daniele, vino mooolto buono leccorniette varie e brindammo al nuovo anno.

E voi avete dei disastri in cucina da racconatare in attesa che io posti l’avventura della torta greca?

Under pressure

La mia riposa nella grande dispensa, la vostra è nel ripiano delle pirofile o delle pentole da tutti i giorni?

Di cosa sto parlando?

Della famigerata, idolatrata, pervicacemente criticata e non, pentola a pressione. Un fascino pericoloso il suo. Arriva in cucina in maniera subdola: te la regala la mamma perchè “Quando avrai dei figli e dovrai preparare il brodo sarà una manna dal cielo!”; te la regalano al matrimonio perché c’è sempre una zia più pratica delle altre e che se ne infischia allegramente della meditata lista di nozze. O arriva perché si è deciso di prenderla comunque, in barba al mito che aleggia su di lei come un “maledizione”: potrebbe scoppiare. Perchè c’è sempre quel timore, quando la si accende e si controllano le istruzioni per l’ennesima volta. Perchè è accaduto che la pentola a pressione scoppiasse. Solitamente i racconti non si soffermano sul motivo dello scoppio, ma sull’entità dei danni sì. Chi ha avuto una cucina piena di pezzetti di minestrone, altri di fagioli, che ha dovuto cambiare le piastrelle, chi si è dovuto sobbarcare l’acquisto di una nuova cucina….

Ma lei è lì, bella, curve pericolose di acciaio lucido, con la valvola che sputa il vapore con quel suo sibilo che s’insinua, quel “ssssssssssssssssss….” che per tutti i minuti di cottura di dicono “stai all’erta”….

Il suo pubblico di divide tra detrattori e fan sfegatati; chi la adopera sempre, e chi non la usa affatto, chi- come me- non può fare a meno di lei per certe pietanze e chi preferisce dimenticarsi di lei perchè il terrore che scoppi è più forte di ogni altra curiosità.

Che sia impolverata o che riposi sonnolenta, la pentola a pressione ha dei pregi che nella frenetica società odierna sono grandi virtù: dimezza i tempi, cuoce veloce e risolve tante cene. E chi non ama cucinare con le buste apri-cuoci-e-gusta, sa che con lei  le zuppe che abbisognano di ore di bollitura si gustano in soli venti, quaranta minuti. Il brodo ( a volte occorre farlo supersprint!) viene altrettanto bene e, devo dire che il mio girello per il vitello tonnato cotto in pentola a pressione non ha nulla da invidiare a quello bollito per tre ore.

Il mio atteggiamento è quello di una misurata, cordiale convivenza e di altrettanto rispetto. E’ utile avere una pentola a pressione in casa, se ho tempo preferisco cuocere in tempi “giusti”, ma a volte è altrettanto utile avere la possibilità di prendersi del tempo per sé e il sapere che la tua pietanza uscirà come quelle cotte con tutti i crismi. I bolliti, i brasati, le zuppe; le cotture di verdure, i minestroni necessitano di lunghe cotture e spesso noi non abbiamo tanto tempo da dedicare alla cucina. ecco allora che arriva lei in nostro aiuto. Che porti con sé la leggenda metropolitana dello scoppio o che mai non sia scoppiata, che sia sempre stata per tante un’amica fedele e per altre una un po’ meno,  lei  ha portato una piccola rivoluzione in cucina . Ovviamente la mano la si fa col tempo, vale la regola dell’esperienza e dell’uso: con il tempo le dosi dei liquidi si mettono senza il misurino e non si consulta più ansiose la tabella di cottura; i bolliti vengono sempre meglio e voi avete il tempo per dei vostri piccoli lussi….

E’ la pentola a pressione: è così : prendere o lasciare.

 

Vitello tonnato supersprint

un pezzo di girello da 1kg

1 foglia di alloro

2 carote

1 cipolla dorata di media grossezza

2 chiodi di garofano

2 gambe di sedano

 

2 scatole grandi di tonno sott’olio sgocciolato

una manciata di capperi sotto sale ben lavati e strizzati

maionese

a mestolino di brodo

 

Lavate il pezzo di carne, ponetelo nel fondo della vostra pentola a pressione ed

aggiungete l’acqua per la cottura (che non deve superare la tacca di livello massimo indicata sulla vostra pentola!!!!  potrebbe scoppiare!!!!). Aggiungete le carote, la cipolla, il sedano, i chiodi di garofano e l’alloro. Chiudete tutto, mettete a fuoco vivace e dal momento in cui dalla valvola fuoriesce un getto uniforme e continuo di vapore contate 50 minuti.

Al temine della cottura aprite la vostra pentola e lasciate raffreddare sia la carne che il brodo. Nel frattempo preparate la salsa tonnata: riunite nel mixer il tonno sgocciolato, i capperi ed un paio di generose cucchiaiate di maionese: azionate il mixer ed è fatta! Se il composto dovesse risultare troppo denso, potete allungare la salsa con un mestolino di brodo. Aggiustate di sale et voilà!

Quando la carne sarà ben raffreddata, tagliatela a fette sottili e disponetele  sul piatto da portata. Spalmate la salsa generosa sulla carne e portate in tavola.

N.B. Immagino che questa ricetta sia già patrimonio di tanti, ma  a me piace perchè mi ricorda mia madre.

Alcune precisazioni: scelgo sempre il girello per questa ricetta perché è una carne soda e compatta e perché il brodo che se ricava è delicato e magrissimo.  Quando la carne e ben raffreddata sono solita passarla per una mezz’ora in congelatore: le fibre si compattano ancora di più e taglio meglio. Per tagliare la carne a fettine sottili io adopero l’affettatrice (chi non l’avesse può sempre farla affettare dal proprio macellaio di fiducia).  OOPS! Con tutte queste precisazioni il vitello non sarà poi così supersprint, ma se preparate la carne il giorno prima…..

 

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